Il legame tra vitamina D e luce solare

La vitamina D viene anche chiamata la vitamina del sole. Il ruolo di questa vitamina che si comporta veramente più come un ormone è stato sempre oggetto di forti discussioni, mettendola al centro di speculazioni circa protocolli di cure per malattie autoimmuni (ad esempio la sclerosi multipla). In sostanza le discussioni degli ultimi anni vertono su due aspetti:

la constatazione che oltre il 50% della popolazione mondiale, per ragioni climatiche e abitative, è carente di questa fondamentale vitamina la scoperta che le dosi medie raccomandate dall’Organizzazione Mondiale della Sanità e dai vari enti governativi sarebbero in qualche modo troppo prudenziale, mantenendo la popolazione che non riceve sufficiente insolazione nella fascia definita carente.

La produzione naturale di vitamina D attraverso l’effetto dei raggi solari (in particolare quelli Ultravioletti B – UVB) è collegata direttamente all’epidermide e al ruolo che la pelle gioca quando riceve questi raggi. La produzione di vitamina D è solo una delle funzioni della pelle, a parte quella fondamentale di regolamento termico e protezione. Quando la nostra pelle viene raggiunta dai raggi ultravioletti produce una sostanza che il corpo converte in vitamina D. In aree climatiche interessate da un irraggiamento solare molto forte, come le aree temperate e quelle prossime ai tropici e alla linea equatoriale, l’esposizione ai raggi solari è sufficiente per convertire quello che serve alla razione quotidiana di vitamina D, ma ovviamente ciò non si può dire per chi abita nelle latitudini più alte o per chi vive in zone contrassegnati da inverni coperti.

Dal momento che l’esposizione solare è fondamentale, qualsiasi livello di filtro protettivo rispetto ai raggi ha un effetto di scudo contro l’assorbimento dei raggi. Ciò è tanto più rilevante quando si consideri che l’uomo, a livello evolutivo, per milioni di anni, ha vagato nelle savane praticamente seminudo. Questa condizione gli consentiva di limitare i danni in inverno e di assorbire sufficiente IU (unità internazionali che nel caso della vitamina D equivale a 0,025 mcg di colecalciferolo, l’ingrediente base della vitamina) durante l’estate e la primavera. Quindi chi prende sole anche vestito, solamente in faccia, non assorbirà tanta vitamina se per esempio va in giro con una capigliatura folta e occhiali da sole avvolgenti. Lo stesso dicasi per le creme di protezione solare. L’inquinamento e una normale giornata di nubi annullano ogni effetto, dato che schermano perfettamente i raggi. Inoltre anche prendere il sole attraverso la finestra, col vetro chiuso, non raggiunge gli effetti. Va ricordato che la troppa esposizione fa male alla pelle, ma anche che la carenza di vitamina D è legata a tante malattie e condizioni croniche talvolta gravi. Inoltre è considerata un antidepressivo naturale. La vitamina D è difficile da trovare negli alimenti, viene inserita nel latte vitaminizzato dato ai bambini e si trova in grande abbondanza nel fegato di merluzzo. L’alternativa è ricorrere agli integratori, ricordandosi di evitare i sovradosaggi e di legare il consumo di vitamina D all’altra vitamina K2 che migliora l’assorbimento del calcio e lenisce gli effetti potenzialmente negativi di un dosaggio non necessario.

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