Cosa sono le politiche ambientali

In questi tempi si parla molto di “politiche ambientali”, che non sono altro che le politiche messe in atto dai governi per salvaguardare l’ambiente e gestirne razionalmente le risorse. Questa scelta viene messa in campo a causa delle criticità non indifferenti riguardanti lo stato dell’ambiente, in particolare delle aree non ancora antropizzate come le foreste, i laghi, i fiumi, le riserve marine e le aree disabitate come deserti e poli. Le politiche ambientali sono da mettere in relazione all’ambientalismo, quel particolare movimento sociale che mira a uno sfruttamento più razionale delle risorse. Le politiche ambientali prendono le mosse sia da iniziative di singoli movimenti nazionali, come partiti, associazioni con strumenti di pressione sugli esecutivi o al governo stesso, sia a livello internazionale attraverso accordi su larga scala (Kyoto, Rio, Copenaghen).

politiche-ambientaliGli interventi di politica ambientale possono avere obiettivi diversi, quali per esempio il controllo dell’inquinamento, la protezione e la tutela di aree particolari, la prevenzione dei danni ambientali, l’incentivazione e l’utilizzo di tecnologie pulite, la promozione delle energie alternative, la realizzazione di uno sviluppo sostenibile. Anche le imprese e le associazioni ambientaliste mettono in atto una propria politica ambientale, ma qui vogliamo scrivere solo delle strategie e degli interventi messi in atto dai governi. Gli interventi di politica ambientale possono ispirarsi al modello tradizionale, per cui lo stato interviene usando lo strumento delle leggi e dei regolamenti, oppure utilizzare strumenti anch’essi tradizionali come la spesa pubblica e la tassazione, per raggiungere le proprie finalità. Prima di entrare nel dettaglio delle possibilità di intervento va segnalato un aspetto importante relativo alla connessione tra grado di sviluppo dell’economia ed emergere delle istanze ambientali, a livello sia di opinione pubblica sia istituzionale. In linea generale si può affermare che, storicamente, più l’economia è sviluppata e ricca, più l’ambiente e la sua tuta diventano un obiettivo prioritario, mentre paesi in via di sviluppo ed economie arretrate danno la preferenza a obiettivi di crescita economica e produttiva che sacrificano le esigenze ambientali, Si pensi a questo riguardo al deplorevole stato dell’ambiente che si registra nei paesi in via di forte sviluppo come la Cina, l’India, i paesi del sud-est asiatico o alcuni dell’Africa o del Sud America. Qui assistiamo alla voglia, quasi scriteriata, dei governi di allineare le produzioni ai livelli degli standard occidentali, noncuranti del fatto che questi hanno già passato il confine dello sviluppo sostenibile.

I governi usando i propri strumenti possono quindi attivare delle vere e proprie leve, per invertire le tendenze ambientalistiche, generando maggiori possibilità che esse si attuino e non riguardino carta bianca. Il pericolo maggiore, infatti, delle politiche ambientali deriva dal fatto che esse non sono immediatamente remunerative, né in termini di consenso, né dal punto di vista economico. Il ricorso al fotovoltaico, per fare un esempio classico, è costoso e impone un enorme investimento. Lo stato può allora intervenire in due direzioni e avendo in mente più scopi: da un lato può incentivare con opportuni sussidi la scelta alternativa, dall’altro può mantenere intatta la pressione fiscale su chi utilizza le energie tradizionali. Lo scopo perseguito non solo è quello di abbattere i costi della bolletta nazionale e dell’inquinamento, ma anche quello di istruire civicamente i cittadini, dando loro un’opportunità “ecologica” che avrà sicuri risvolti nel futuro.

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